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I palmenti

Veduta dei Palmenti

Lasciando l’abitato, sulla statale 169, diretti a est si trovano i Palmenti che possiamo definirli un vero monumento della civiltà contadina. Il primo impatto è di stupore.

Saranno abitazioni abbandonate, ricoveri per animali?

Niente di tutto questo: sono grotte che hanno un loro fascino tutto particolare e che stuzzicano la curiosità dell’osservatore.

Più di qualcuno, e tra questi anche il T.C.I. nell’ultima edizione del 2005, affrettatamente, le ha considerate abitazioni del passato.

Sono stati costruiti, invece, per la vinificazione. Il palmento, nella accezione generale, è un manufatto, scoperto o coperto dove avveniva, fino agli anni sessanta, la pigiatura delle uve per la produzione del vino.

Questo manufatto si trova un po’ dappertutto in Italia e trova le sue origini tra gli antichi greci e romani. Dal latino “paumentum”, l’atto del battere, del pigiare, da cui deriva anche il termine pavimento.


I Palmenti di Pietragalla rappresentano un insediamento produttivo rurale storico, a metà tra il paesaggio agrario e l’urbano, significativo per l’omogeneità e l’estensione, per le caratteristiche costruttive e per la caratterizzazione formale dell’ ambito su cui l’insediamento è sorto.

Il tutto si estende su circa due ettari. Il sito è costituito da un particolare sistema di grotte, per lo più ipogee, divise da percorsi che permettevano alle bestie da soma di poter raggiungere con le bigonce il palmento, adibite alla trasformazione delle uve. Le grotte sono circa 200 e sono state scavate nella roccia arenaria di colore giallo.


Come altre costruzioni rurali seguono il principio elementare di economia costruttiva, utilizzando i materiali presenti entro i limiti ristretti dell’ ambiente circostante.

Il materiale, scavato per lo più durante i mesi invernali quando i lavori agricoli subivano la pausa forzata, ridotto a blocchi lapidei regolari, veniva impiegato sia per la costruzione delle volte che per la realizzazione delle facciate dove veniva ricavato l’unico accesso. Al suo interno un complesso sistema di vasche a diverse quote, per la pigiatura dell’uva, per la fermentazione e per la spillatura del vino che poi veniva trasportato, con animali da soma, in barili da 35 litri ciascuno nelle grotte (rutt) ubicate nella zona nord del paese (Mancosa).


Le quote delle vasche sono differenziate.

Nella prima, piccola, si pigiava l’uva. Il mosto, attraverso un buco, andava a finire in un vascone più grande e profondo a una quota più bassa. Il pigiatore, per fare più forza nel pigiare, e anche per poter riposare la schiena, si aggrappava a un anello di ferro infisso nel soffitto. Finita la pigiatura veniva chiuso l’ingresso per impedire agli animali di entrare e anche perché nell’ambiente si accumulava, durante la fermentazione, ossido di carbonio pericoloso per l’uomo. Per ridurre tale pericolo al di sopra della porticina veniva ricavata una feritoia per la fuoriuscita del gas velenoso.

Tali costruzioni rurali, realizzate con povertà di materiale e con una tecnica costruttiva elementare hanno risentito visibilmente dell’incuria nel tempo, alterandone le caratteristiche iniziali.

La sconnessione dei conci di pietra, il crollo dell’architrave, la perdita della facciata sono le problematiche statiche dei palmenti.

Sembra che negli ultimi tempi si stia prestando maggiore attenzione, sia da parte dell’Amministrazione che da parte di Associazioni culturali, al destino del Parco Storico dei Palmenti. Sarebbe un vero delitto non prenderne coscienza da parte di tutti.

(Testo a cura di Maria Donata De Bonis)

 
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